Stasera ceniamo sul lunazzo (Luciano Bianciardi, tratto dalla rivista Kent)

 

Ragazzi, rimanga fra noi, ma tutto quello che è successo era abbastanza prevedibile. Che ce la facessero, intanto: tre uomini sul cosiddetto veicolo spaziale ad «orbitare» attorno alla luna. Che ce la facessero, altri quattro uomini a trafficare in orbita dentro e fuori un altro veicolo, sganciando e riagganciando. Che ce la faranno: a scendere sulla luna, e neanche fra molti mesi. Prevedibili i discorsi della gente: allunaggio.

Ha spiegato dottamente Walter Chiari, tempo fa a «Canzonissima», che solo nelle lingue neolatine si ha questo equivoco, per cui «terra» significa due cose: il nostro pianeta e il suolo su cui camminiamo. In inglese, per esempio, le parole sono due: earth è il pianeta, land il terreno. Quindi si può atterrare (land) sulla luna. Benissimo. Anche questo discorso era previsto. Previsti i giochetti di parole sugli abitatori della luna (ossia, gli uomini che ci andranno ad abitare): oggi c’è il chiaro di terra, che ti succede, hai la terra di traverso? Stasera ceniamo sul lunazzo, stai coi piedi sulla luna, lunemoto, lunestre, «nu quarto ‘e terra» e così via.

Erano prevedibili anche i discorsi dei letterati: che fai tu terra in ciel, eccetera. Posa la luna, eccetera. Smitizzata. Ridicolizzata dall’ingegno umano che non conosce frontiere eccetera. Ravvicinata a noi. Sdrammatizzata. Tolta alla contemplazione degli amanti. Come il cuore di Barnard: un muscolo qualsiasi. Dicono così. Già, ma se Barnard avesse trapiantato, che so un naso (difficilissimo) non avrebbero fatto tanto baccano. Il baccano c’è stato perché il cuore è sempre cuore. È il cuore di mamma, quello di Gesù, il sacro cuore. Altro che smitizzato. Così la luna. Scendere sulla luna fa più effetto che scendere, mettiamo, su Giove, che è più lontano ancora. Molto più lontano. Proprio perché la luna è quella cui si rivolgevano gli innamorati, quella che posava quieta sovra i tetti e sovra gli orti. La luna della nostra astrologia popolare, per cui il lunatico è quello che noi diciamo matto. (C’è anche, per la verità, il gioviale, il marziale e il morbo venereo, ma il secondo e il terzo non ci vengono dai pianeti, bensì dagli dei). La luna della nostra poesia, perché dove andò Astolfo a cercare il senno di Orlando? Andò sulla luna. Si è anche sentito dire che andare sulla luna non serve a nulla. Una volta atterrati (il Chiari ci autorizza ad usare questo verbo) non ci sarà da far altro che voltare i tacchi e tornarsene quaggiù. (Quaggiù è sicuramente improprio, perché alto e basso nello spazio non esistono). Non c’è vegetazione, non c’è acqua, non c’è aria, non ci sono animali e men che mai uomini. Non c’è un tubo di niente. Non sperate di piazzarci basi militari, o colonie agricole. Non sperate. Forse una base spaziale per andare più in là? Ma più in là dove? Su Marte? E cosa c’è su Marte? Un tubo di niente, su Marte, come sulla luna. Identico preciso spiccicato. Questo si è sentito dire, prevedibilissimo. Imprevedibile è stato invece il pensiero di un illustre medico di parte cattolica, e cioè: la scoperta dell’allunaggio (termine ridicolmente pedante) e la conquista dello spazio sono la risposta della scienza alla pillola. Possiamo moltiplicarci a piacere, tanto i nostri nipoti andranno altrove. Hai capito? E come decideremo chi mandare su (inesatto, lo so). Per sorteggio? Per estrazione? Per forza? Saranno poi molti i volontari disposti a partire? Queste son domande che vanno fatte.

Si è sentito dire  che questa della corsa alla luna, e oltre, è il surrogato della terza guerra mondiale. Le due grandi potenze, convinte che lo scontro sarebbe mortale per l’una e quasi mortale per l’altra, hanno deciso di gareggiare in quel modo, facendo a chi ha il razzo più lungo e più potente. Proprio come fanno certi giovani coi loro attributi virili. La spesa oltre tutto è minore, anche se non molto minore, le vittime sono infinitamente più limitate, la gara di prestigio equivalente e in più c’è l’ammirazione di tutto il mondo, o quasi. Intanto, per tenersi in allenamento, c’è Hanoi, c’è Praga. E va bene. Se i generali non riescono a vivere senza qualche giocherello fra le mani, facciano pure questi bambinoni: diamogli l’Apollo e diamogli il Sojus. Una cosa non si è sentito dire. E allora la dico io. Solo in apparenza, adesso, la luna è più vicina. In realtà è molto più lontana. Cioè, la luna che conoscevo io, anni fa, era lì dietro il pagliaio. Sapevo a che ora spuntava, quando non spuntava affatto (luna nuova). Aveva una precisa influenza sulle semine e sui raccolti. Regolava i corsi delle donne. Illuminava la strada allo stanco viandante. Faceva abbaiare i cani e finalmente ispirava ai poeti malinconici pensieri sulla sorte dell’uomo. Si poteva chiederle cosa fai tu, luna, in cielo. Ora non glielo possiamo domandare più, perché la risposta ce l’ha data. E la risposta è niente. Definitivo. Chiuso. Ora la luna è distante centinaia di migliaia di chilometri e io sono sicuro che non ci andrò. Certo alcuni miei simili ci andranno, ma io son certo che alcuni dei miei simili diventeranno presidenti della repubblica, re, imperatori, cardinali, papi, oppure cambieranno sesso. Saranno, voglio dire, infinitamente pochi. Dire che l’uomo ha messo piede sulla luna equivale a dire che l’uomo è diventato papa. Lui e basta. Io no. Presidente della Repubblica. Lui.

Stamani ho voluto fare una prova. Dalla mia capsula spaziale, che ha la forma di una stanza d’albergo, guardavo gli abitanti del pianeta Terra passare per i corridoi di un ufficio, alla incredibile distanza di venti metri. E siccome mi faceva piacere vederli lì, li salutavo, da dietro il vetro, tutti. Uomini e donne. Non uno mi ha risposto. Anzi, io che me ne intendo leggevo nel loro cervello queste parole. Gli uomini: «In albergo ci dev’essere un finocchio». Le donne: «In albergo ci deve essere un puttaniere». Che fai tu luna in ciel?

banned @ 01:23 - 18/11/2008
in: rido, parole da altri
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Commenti
#1    22 Novembre 2008 - 10:18
 
meglio i pesci
del copia e incolla.
utente anonimo

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